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Questo capitolo non è propriamente fine allo scopo primario del mio scrivere qui, è solo cronaca, probabilmente c'è poco prepping e più impressioni personali, perchè a questo punto dell'accaduto, non ero più preparata mentalmente a niente, avevo solo coraggio e dolore dentro di me e questo mix almeno non mi ha fatta piangere addosso, mi ha fatta agire.

Mi sono arrampicata sulle macerie della mia frazione e quella non sarebbe stata l'ultima volta, solo la prima.
Stavo con mio padre, abbiamo scalato quello che restava del nostro paese per vedere se i compaesani si fossero fatti male e se le strutture alle quali eravamo più affezionati, la casa dei nonni, la sede della Proloco e la chiesetta di montagna, fossero ancora in piedi.
Stava albeggiando e non sapevamo ancora cosa fosse successo ad Amatrice, mi sono messa sul punto più alto e scoperto per capire se si potesse vedere qualcosa da lì e ho notato una piccola frazione con pochi punti eminenti, una torre, un paio di palazzi, qualche struttura bassa...

«Papà, che frazione è questa qui davanti?»
«Non è una frazione, è Amatrice

Non poteva essere la nostra Amatrice, non lo era, non era più niente, non esisteva più.
Alla radio sembrava di sentire una cronaca di guerra o di quando i Mangiamorte attaccarono il Mondo Magico, il Sindaco, Sergio, diceva che Amatrice non esisteva più ma ancora non sapevamo che anche gran parte degli amatriciani non esistevano più.
Senza esitare oltre, io e i miei genitori siamo corsi ad Amatrice a prestare soccorso.
Ricordo qualsiasi cosa e rivivo notte e giorno quei momenti come un veterano del Vietnam, all'inizio era doloroso, ora mi sono abituata, anzi, vorrei non dimenticarli mai e anche questo è il motivo per cui scrivo qua, il motivo per cui racconto a chiunque lo chieda.
Aiuta questa cosa?

No, perchè ogni giorno io ho l'impressione che sia il 25 mattina, il giorno in cui sono tornata a Roma perchè non avevo più dove andare, nessun luogo lì era sicuro.
Non ho dormito e mangiato per alcuni giorni e per lungo tempo mi sono svegliata alle 3.36, ora sta scemando questa macabra abitudine e riesco a dormire, da qualche giorno, anche senza luce accesa.
Lo zaino però è sempre pronto, così come i vestiti messi in modo di poterli indossare velocemente.

Eravamo tra le prime squadre di soccorso, non lo sapevo ma in mezzo a quel disastro c'era già la nostra infermiera che era arrivata per prima e stava soccorrendo i feriti più gravi.
I miei cominciarono subito a caricare i feriti sull'ambulanza e a portarli al Palazzetto dello Sport, una struttura ritenuta abbastanza sicura da ospitare persone e risorse in arrivo.
Mentre stavo scendendo dall'ambulanza, mia madre mi ha presa per un braccio e mi ha detto:

«Invidierai i morti»

Con questa frase in testa mi sono avventurata su quasi quattro metri di macerie insieme a due ragazze di una città vicina che non conoscevo, le uniche parole che ci siamo dette sono state: «Cosa dobbiamo fare?» e «Intanto andiamo a prendere l'acqua»
Dovevamo attraversare tutta Amatrice per andare nella parte bassa a prendere l'acqua e distribuirla lungo il percorso a feriti, soccorritori e gli eroici cani che cercavano le persone con il loro infallibile fiuto.

L'acqua andava razionata e potevamo portarla solo a mano, dovevamo caricarcene il più possibile e pensare alle persone che rimanevano in fondo alla città perchè tutti avevano bisogno e ancora non ne era arrivata molta, andava razionata.
Non avevo più il senso dell'orientamento, ero confusa, non sapevo quale fosse la parte alta del Corso e quale la parte bassa, la Torre Civica perfettamente quadrata non aiutava e mi sono letteralmente persa! Persa a casa mia! Le macerie erano troppo alte e non vedevo niente, la polvere, le urla, il silenzio assoluto quando era il momento di ascoltare i sussurri da sotto i resti delle case mi hanno confusa e non sapevo in che punto mi trovassi.

«Fermati e pensa» mi sono detta senza entrare nel panico, ho cercato un qualsiasi elemento conosciuto e ci ho messo un po' mentre accanto a me passavano pompieri e volontari senza mai urtarmi ma guardandomi con aria interrogativa.
Ho ritrovato il verso giusto del Corso ricordandomi di un dente della Torre Civica che sicuramente sarebbe dovuto stare alla destra nel caso io stessi scendendo e sono riuscita a tornare sul fondo.
Avevo finito l'acqua, feriti e soccorritori hanno cominciato a chiamarmi con il nome dell'emblema sulla mia schiena, poi sono cominciati ad arrivare altri soccorsi e medici che mi chiedevano dove fossero gli altri della mia unità e io non ne avevo visto ancora nessuno nonostante li avessi cercati e li ho indirizzati nei posti in cui avevo sentito urlare o avevo visto feriti più gravi dei quali non sarei stata in grado di occuparmi da sola e alle 10.30 già non usciva più alcun ferito; stavamo medicando quelli nella parte bassa ma avevamo finito tutti i presidi, impotente sono andata a raccogliere l'ultimo, un ragazzo con la vestaglia verde (quelli dell'Albergo Roma ancora sarebbero rimasti sotto le macerie per qualche giorno).

Avevo fatto tutto quello che potevo e al termine, con la bombola dell'ossigeno stretta fra le braccia, mi sono abbandonata alla disperazione più totale, in quel momento è passato un carabiniere, mi ha vista, mi è venuto incontro e mi ha fatto una carezza sul viso.
Non me lo dimenticherò mai perchè in quel momento ero io quella da salvare e lui l'ha fatto non dicendo neanche una parola; mi sono scossa e ho ricominciato a fare il mio dovere.

«Aggiustami la gamba!»

mi gridava una signora che conoscevo, col marito accanto che sarebbe morto di lì a poco e non per le ferite fisiche, ma per quelle dovute al terrore e alla visione dell'anziana moglie ferita; non avevo niente e ho solo tenuto ferma la poltiglia rossa che aveva al posto della gamba fino all'arrivo del medico, era escoriata e non avevo più neanche la mia acqua per pulirla, avevo solo il coraggio che potevo trasmetterle e il solo pensiero che qualcuno si stesse occupando di lei, già l'aveva calmata.

Regola n.7: sicurezza personale prima di tutto e soccorso senza sosta

 

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